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Vilipendio. V' indigna il Rap di Prodi?
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 4 ottobre 2006



Il codice penale del 1930, ovvero quello vigente, ha previsto una molteplicità di fattispecie che contemplano condotte incriminatrici qualificate espressamente di vilipendio. Tuttavia la definizione del vilipendio non compare in alcuna norma, e dunque ad essa si perviene mediante l’opportuna combinazione di giurisprudenza e dottrina. Molto lietamente rileviamo, dunque, che la situazione descritta apre un varco a chiunque voglia cimentarsi con la definizione di questo mostro giuridico.
 
Qui, si sarà intuito, si crede poco nella sostanza giuridica del vilipendio; al limite se ne riconosce l’opportunità normativa, in particolari contesti ordinamentali, ove la definizione del vilipendio si rende strumento idoneo al perseguimento di diversi scopi normativi. Interessante sarebbe, a questo punto, scoprire quali sarebbero questi diversi scopi normativi che rendono irrinunciabile la definizione puntuale di questo fenomeno. Agevole sarebbe, per evidenziare come facilmente vacilla la generica definizione che è normalmente data del vilipendio, fare riferimento alle disposizioni del codice che tutelano il sentimento religioso. Tuttavia, interessa molto più, in questo caso, individuare la sostanza intima del vilipendio, laddove a quello si rimanda in materia di offesa alle istituzioni e alla personalità dello Stato.

Per aiutarsi con un caso concreto, ci si può chiedere, dunque, se la canzoncina rap montata sul recente intervento di Prodi alla Camera sul caso Telecom, poi trasmessa dal Tg2, rappresenti realmente, in sé, vilipendio dell’istituzione che il Presidente del Consiglio dei ministri incarna. Il principio costituzionale con il quale la definizione del vilipendio deve fare i conti è presto identificato. Tale definizione, infatti, incontra, nell’articolo 21 della Costituzione, un limite insormontabile, ovvero: la libertà di espressione. Tale principio dovrà qui mischiare il suo sangue con quello di altro principio, che predica la necessaria tutela del prestigio delle massime istituzioni dello Stato.

Come si vede è una questione di priorità, e nel silenzio della legge al riguardo, diventa anche una questione di sensibilità politica. Un centrosinistra, che predica da anni la riforma di un codice penale segnato nell’intimo dal ventennio fascista, certe questioni di priorità dovrebbe porsele, anche e soprattutto quando si erge nella contestazione di atti che non vanno oltre la normale folcloristica manifestazione, magari inelegante, del pensiero.

da il Riformista 






permalink | inviato da il 4/10/2006 alle 14:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
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