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Rights for?
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 2 gennaio 2007



Ci si chiede sempre con maggiore insistenza quanto valga l’universalità dei diritti umani, intendendo con quest’espressione l’omogenea diffusione nel mondo del riconoscimento di questi diritti. E’ evidente che vale molto poco, ed infatti non è su questo che ci si divide. E’ così vero che c’è poco di davvero “universale” in materia, tanto che non c’è manuale di diritto internazionale che non parli del fenomeno del regionalismo che interessa la costituzione delle organizazzioni internazionali. Questo vale per le organizzazioni che si occupano di commercio e di ambiente. Tanto più, dunque, di diritti umani.
Ciò si verifica perché un numero consistente di paesi non si fida del mondo occidentale. Non è che non condividano necessariamente le statuizioni delle organizzazioni dei paesi occidentali - accade anche questo, certo - ma più generalmente non se ne fidano. Ed è così che nascono e si sviluppano in alcune aree del pianeta organizzazioni sovranazionali, magari poco rappresentative, che figurano come doppioni di altre già esistenti. Il problema principale è la sfiducia. E’ non facile dare torto a chi non si fida delle organizzazioni sovranazionali occidentali che si occupano della difesa dei diritti umani. Non è facile e non lo sarà fin quando tali diritti saranno considerati da molte potenze come merce di scambio in occasione di trattative economiche con paesi in cui certi diritti non vengono rispettati.  Se l’occidente tratta i diritti umani come merce, come ci si può aspettare che chi quei diritti non li riconosce possa ad un tratto avvertirli come imprescindibili dall’individuo?  La democrazia non è certo un diritto umano, ma di tali diritti rappresenta un insostituibile presupposto. Che “esportarla” sia divenuta un’espressione di uso comune non è certo un caso. 


 





permalink | inviato da il 2/1/2007 alle 12:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (21) | Versione per la stampa
Bandire il sesso in stato d'ebbrezza. Che sciocchezza!
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 29 dicembre 2006



Una recentissima modifica del codice penale inglese configura automaticamente il reato di stupro nel caso si faccia sesso con una donna ubriaca. Non entreremo nel merito della norma, ché è troppo platealmente una puttanata. Ci limiteremo ad un rilievo semplice semplice di tipo intimistico. Non è tanto il fatto di essere italiano che mi salva, quanto il sempre sia lodato principio di irretroattività delle norme penali; per fortuna vigente anche nel Regno Unito.  Se questa norma fosse retroattiva, ed io fossi nato in Inghilterra ora sarei un mostro stupratore.
 Ma sono italiano, qui il principio di legalità tiene altrettanto, e l'alcol fa buon gioco. Dunque, champagne; anzi, aglianico!





permalink | inviato da il 29/12/2006 alle 15:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (26) | Versione per la stampa
Celibato. Bontà Sua svelata per voi.
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 16 novembre 2006



I casi di pedofilia di cui si rendono protagonisti sacerdoti e religiosi si sprecano, ma Bontà Sua Sedicesima ritiene di dover confermare con forza l’ indiscutibilità assoluta del celibato nel sacerdozio. Bene, cioè male, ma andiamo avanti.
Terrei a specificare, in difesa di Sua Bontà Germanica, che  effettivamente non c’è strettissima relazione tra atti di pedofilia e celibato coatto. Giacché questi, ahimé, si verificano spesso e volentieri anche nel matrimonio. Tuttavia mi pare palese che il celibato coatto costringa sacerdoti e religiosi a frequenti scappatelle clendestine, che pur non costituendo reato, rappresentano comunque peccato; e Gesù piange. E questo è il punto. Bonta Sua Sedicesima, ritenendo peccato e reato quali sinonimi, li tratta come tali. Così, come in qualsiasi moderno stato democratico esiste la politica criminale e relative strategie, in una teocrazia esiste la politica… ,e come si chiama?, insomma quella che appronta strategie che riducano il numero dei peccati.
Sua Bontà Sedicesima, dunque, ragiona pressappoco così: se il sacerdote pedofilo si sposa, nel mentre che esercita la sua depravazione commette ben due peccati: non solo la libido violenta su minore, ma anche l’ adulterio. Un peccato in più, capite? Moltiplicato per chissà quanti rattusi a piede libero, mitra puntuta  e cordone monello, viene una cifra assurda; altro che abolire il limbo:  toccherebbe fare un indultone.  Insomma, siamo sinceri, da questa visuale Bontà Sua ha ragione. Anche se, ovviamente, solo in sedicesimo.
  

 





permalink | inviato da il 16/11/2006 alle 19:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa
Pena di morte.
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 9 novembre 2006


Felice l' umanità, se per la prima
volta le si dettassero leggi...


Il nostro Celestino, in questa lettera, ci dà occasione di chiosare sul tema della pena di morte. Qui si è fermamente contrari a questa pratica, ed argomentare questa posizione è reso quanto mai facile proprio a partire dagli spunti forniti dalla lettera di Celestino. 

Il Nostro, sostenendo la sua tesi, riferisce di “infiniti cavilli giuridici, di cui gode il processo liberal-democratico in uso nei nostri Tribunali”. Ecco, non ho difficoltà ad ammettere che effettivamente infiniti siano i cavilli giuridici di cui si compone il nostro ordinamento. Eppure, non posso non rilevare, e ricordare a Celestino, che quegli infiniti cavilli sono niente altro che la proiezione normativa di quanto noi siamo, e più precesamente, di quanto noi siamo divenuti nel tempo. Se il combinato disposto delle matrici di quei cavilli determina il ripudio della pena di morte, questo io l’ ammetto non solo in sim-patia, ma anche e soprattutto per il potere rappresentativo che la legge ha della comunità su cui insiste. La legge, in definitiva, è la suprema forma di autodeterminazione dei popoli. Proprio insistendo su questo “principio di legalità” Sartori, pochi giorni fa, giungeva a giustificare la condanna di Saddam. Lo faceva però contestualizzando la pena inflitta negli umori e le regole che intendono determinarla. Celestino, invece, riferisce agli arzigogoli del pensiero liberal-democratico, decontestualizza dunque, e la sua tesi - decontestualizzata - non regge. 

Nella lettera linkata, poi, Celestino, si chiede se dall’ abolizione della pena di morte la nostra civiltà abbia tratto vantaggio in qualche modo. Asserisce di no: Non so se questa cultura giuridica della quale meniamo vanto, abbia cambiato in meglio la nostra società; quando la pena di morte era vigente e il Beccaria si fece profeta della nuova cultura forse la società dell’epoca non era migliore di questa nostra più consona ai nostri generosi modi d’intenderla. 
Io sono piuttosto convinto del contrario. Potrei provare a dimostrarlo, ma difficilmente riucirei a trovare parole più convincenti di quelle che usò lo stesso Beccaria, ché da quasi duecento anni nessuno ci è riuscito:

“Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l'aggregato delle particolari
.[…]

Perché una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi d'intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora non vi è alcuno che, riflettendovi, scieglier possa la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto avvantaggioso possa essere un delitto: dunque l' intensione della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato”.


 





permalink | inviato da il 9/11/2006 alle 16:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa
Eutanasia - Don Verzè staccò la spina...
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 13 ottobre 2006



Welby non può scendere dalla croce, dunque?


Pur essendone stato per alcuni tratti piacevolmente sorpreso, credo sia opportuno riflettere sull’ incongruenza di alcune recenti dichiarazioni, rese nel contesto di un’ intervista al Corriere, di don Luigi Verzè, fondatore dell’ ospedale San Raffaele di Milano.
Don Verzè parla di un caso di eutanasia del quale si sarebbe reso responsabile negli anni ’70, quando, alle prese con gli ultimi desideri di un suo amico malato, decise di staccare la spina del respiratore che lo teneva in vita.
A costo di sembrare troppo radicale, mi preme specificare che le dichiarazioni di Don Verzè non costituiscono alcun passo avanti nel dibattito sull’ eutanasia. Argomentando sulle coordinate della sua posizione, infatti,  il fondatore del San Raffaele accenna alla possibilità di un’ impostazione tutta teologica: “Lo hanno fatto morire, certo. Ma lui poteva scendere dalla Croce e invece si è lasciato morire:  per amore”. Lo spunto è suggestivo, è vero, ma totalmente improduttivo di effetti per il dibattito. 
Ritengo fortunata l’ ipotesi in cui una parte della dottrina cattolica converga su posizioni progressiste dando un giro di vite alla Croce nel terreno, ma non è possibile ammettere la posizione di don Verzè come soluzione generale del dibattito. Uno Stato laico non può assolutamente rimettere la sua posizione, su una qualsiasi materia, all’ interpretazione metaforicamente assisitita di un dogma di fede. Non può e non deve.
Don Verzè, poi, dopo questa mirabile fuga in avanti, ripiega su sé stesso, cadendo, a mio avviso, in banale contraddizione. Configurandola come conseguenza di un equivoco comune, si può anche sorvolare su quell’ opinione di Don Verzè  secondo cui non si può legiferare su una materia tanto delicata. Ci si può sorvolare, però, solo elevando l’ assunto fuori contesto: perché effettivamente esistono materie sulle quali legiferare è un male piuttosto che un bene. Ma dal momento che l’ eutanasia è vietata, in forza di una legge, non sarebbe stato meglio se Don Verzè  avesse riflettuto sull’ opportunità di deregolare la materia, piuttosto che sul pericolo di una regolazione mitigatrice, volta a valorizzare la libertà (si legga anche ‘libero arbitrio’) dei singoli?
Tornando alla suggestiva impostazione teologica, quella secondo cui Cristo, pur potendo, non è sceso dalla Croce per amore, è opportuno a questo punto chiedersi perché a Welby, che non mi pare abbia ambizioni redentive, non possa esser concesso di manifestare, scegliendo di morire, quello stesso amore, magari non per il prossimo, ma almeno per sé stesso.
 
 

da il Riformista




permalink | inviato da il 13/10/2006 alle 15:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (36) | Versione per la stampa
Limbo e redenzione. Amnistia atipica.
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 7 ottobre 2006



 Retroattività salvifica


Ultime considerazioni sull’ abolizione del Limbo. Se n’è parlato un po’ dappertutto, in modo dotto ed interessante, ma anche no. Qui si è puntato su di una chiave di lettura ironica, e su due registri diversi. Per archiviare l’ argomento con soddisfazione però mi piacerebbe - e godendo di un blog lo faccio – rilevare qualche altra cosuccia. 

S’ è posta come condizione di ammissibilità per ogni congettura il dato che l’ esistenza stessa del Limbo non è che un’ ipotesi teologica; lo diceva Benedetto XVI quando era Prefetto della congrezione per la Dottrina della fede, e dobbiamo prendercela per buona: non c’è Pia catechesi che tenga. 
Qui s’è detto di questa operazione definendola come una strepitosa operazione di marketing. Ebbene, confermo, ma c’è di più.

La legge dell’ uomo, laddove s’è codificata secondo principi e gerarchie ordinate di fonti, ammette la propria incidenza applicativa - i suoi effetti - solo su quanto accade posteriormente alla sua emanazione. In contrasto a questo principio s’ammette però la possibiltà che un atto di legge possa influire su situazioni anteriori. Sono, ad esempio, le sanatorie, i condoni, gli indulti, le amnistie. 
La legge cattolica - e qui non la confonderemo con il diritto canonico -, nella sua fonte percettivamente  principale,  rispecchia l’ impostazione del secondo dei modelli sopra descritti. Essa, infatti, è sanatrice: Gesù, è sceso in terra, e ha redento il mondo. Un’ amnistia.
Non un condono, attenzione, perché la redenzione cristiana ha cancellato i peccati, non solo le pene. Anzi, esagerando, trattasi di amnistia atipica: in forza della quale si sono cancellati i peccati e confermate le penitenze.

L' abolizione del Limbo, ovvero il luogo d’espiazione d’ una particolare pena, è dunque anch’ essa un’ amnistia. Questa volta, però, il fenomeno avviene secondo il modello della legge dell’ uomo: i suoi effetti ricadono nel futuro. 
C’ è una costante: ogni volta che una norma, quale che sia il suo campo d’ applicazione, è retroattiva, allora essa è eccezionale, straordinaria..Ed in tutti i casi è un ottimo argomento di propaganda. 


 





permalink | inviato da il 7/10/2006 alle 17:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
Vilipendio. V' indigna il Rap di Prodi?
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 4 ottobre 2006



Il codice penale del 1930, ovvero quello vigente, ha previsto una molteplicità di fattispecie che contemplano condotte incriminatrici qualificate espressamente di vilipendio. Tuttavia la definizione del vilipendio non compare in alcuna norma, e dunque ad essa si perviene mediante l’opportuna combinazione di giurisprudenza e dottrina. Molto lietamente rileviamo, dunque, che la situazione descritta apre un varco a chiunque voglia cimentarsi con la definizione di questo mostro giuridico.
 
Qui, si sarà intuito, si crede poco nella sostanza giuridica del vilipendio; al limite se ne riconosce l’opportunità normativa, in particolari contesti ordinamentali, ove la definizione del vilipendio si rende strumento idoneo al perseguimento di diversi scopi normativi. Interessante sarebbe, a questo punto, scoprire quali sarebbero questi diversi scopi normativi che rendono irrinunciabile la definizione puntuale di questo fenomeno. Agevole sarebbe, per evidenziare come facilmente vacilla la generica definizione che è normalmente data del vilipendio, fare riferimento alle disposizioni del codice che tutelano il sentimento religioso. Tuttavia, interessa molto più, in questo caso, individuare la sostanza intima del vilipendio, laddove a quello si rimanda in materia di offesa alle istituzioni e alla personalità dello Stato.

Per aiutarsi con un caso concreto, ci si può chiedere, dunque, se la canzoncina rap montata sul recente intervento di Prodi alla Camera sul caso Telecom, poi trasmessa dal Tg2, rappresenti realmente, in sé, vilipendio dell’istituzione che il Presidente del Consiglio dei ministri incarna. Il principio costituzionale con il quale la definizione del vilipendio deve fare i conti è presto identificato. Tale definizione, infatti, incontra, nell’articolo 21 della Costituzione, un limite insormontabile, ovvero: la libertà di espressione. Tale principio dovrà qui mischiare il suo sangue con quello di altro principio, che predica la necessaria tutela del prestigio delle massime istituzioni dello Stato.

Come si vede è una questione di priorità, e nel silenzio della legge al riguardo, diventa anche una questione di sensibilità politica. Un centrosinistra, che predica da anni la riforma di un codice penale segnato nell’intimo dal ventennio fascista, certe questioni di priorità dovrebbe porsele, anche e soprattutto quando si erge nella contestazione di atti che non vanno oltre la normale folcloristica manifestazione, magari inelegante, del pensiero.

da il Riformista 






permalink | inviato da il 4/10/2006 alle 14:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
Eutanasia. BenAltrismo.
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 25 settembre 2006



Certa autorevole dottrina, culturalmente viziata nel profondo, risolve assai rapidamente, in punta di diritto, la questione dell’ ammissibilità dell’ eutanasia, ovviamente concludendo che questa non è compatibile con il corredo, precostituito, dei diritti dell’ uomo. Avverto che nel  tentativo di illustrare questo orientamento si farà molta fatica per non  creare confusione, giacché l’ asserto medesimo è confusionario e, come vedremo, palesemente contraddittorio. 

Coloro che ritengono non qualificabile l’ eutanasia come una  pratica cui l’uomo avrebbe diritto ad accedere basano la loro opinione su una duplice definizione, secondo cui la vita configurerebbe un diritto – il diritto alla vita, appunto - mentre la morte, di contro, sarebbe semplicemente un fatto, escludendo di conseguenza l’ esistenza di un diritto ad essa. Non si ha diritto ai fatti, dicono costoro, poiché i fatti, semplicemente, accadono.

Inoltre, i sostenitori di questa tesi riferiscono alla vita adoperando il concetto di bene, e procedono  classificando la vita tra quei che sono detti indisponibili, ovvero tra quelli di cui i rispettivi titolari non possono diporre in tutte le forme.

Secondo quanto detto, si fatica molto ad inquadrare la vita finanche nel modello tipico di un diritto menomato di proprietà, quasi fosse un bene demaniale, ed anzi la costituzione della menomazione di quel diritto, che questa tesi sostiene come limite naturale (l’ impossibilità di negarsi la vita) finisce per rendere molto più simile questa situazione a quella del possesso di un bene piuttosto che alla proprietà di esso.  Laddove, sarà facile intuire, i sostenitori di questa tesi individuano in Altro dall’ uomo il vero proprietario della vita. Ed è così che l’ uomo si riduce a modesto usufruttuario – peraltro in forza di reconditi patti – della vita, secondo quello che per il diritto si definisce nemmen possesso, ma adirittura possesso minore. La contraddizone che emerge, converrete, è quasi imbarazzante. 

Il lettore potrà verificare: in qualsiasi manuale di diritto privato la distinzione tra proprietà e possesso è espressa in forza della natura di diritto della prima, e di fatto del secondo. E la consultazione di qualsiasi manuale confermerà, pure, la possibilità che un diritto possa estinguersi con il verificarsi di un fatto; così come il diritto di proprietà sulla legna s’ estingue con lo smorzarsi dei tizzoni. 

Ciò che il lettore non troverà in alcun manuale, però,  è la definizione secondo cui un soggetto non possa determinare un fatto che non lede alcun diritto né proprio né altrui, né, più  diffusamente considerandolo, collettivo.
In nessun manuale inoltre si potrà trovare un modello applicabile a quel caso che vuole che un fatto possa essere determinato solo da Altro e non da chiunque su sé stesso.

da il Riformista
 





permalink | inviato da il 25/9/2006 alle 15:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (26) | Versione per la stampa
Morale, mi fai male.
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 6 settembre 2006

Si ricorderà, forse sì o forse no, che qui s’è parlato qualche tempo fa della questione morale, o, più precisamente, di quello sciagurato e diffuso modo d’ intendere la responsabilità secondo morale piuttosto che secondo diritto.
Parallelamente s’ebbe anche l’ occasione d’ intrattenersi piacevolmente intorno all’ esistenza di una differenza sostanziale tra etica e morale.  Puristi a profusione, intervenendo a volte anche fuori contesto, dissero, e diranno, che tale distinzione non esiste perché anche etimologicamente…, etc., etc…
Agli stessi, allo scopo di sedarne le smanie filologico-reazionarie, daremo lo stesso credito che può darsi a chi non si mostri disponibile a distinguere tra desiderio e concupiscenza, nonostante i due termini anche etimologicamente…, etc., etc…
Bene, se si ricorderà tutto ciò, e poste queste necessarie premesse, possiamo ora occuparci della stessa materia approcciando da diverse notazioni.
Nello Stato di diritto, nel cui contesto si spera la materia sia inquadrata, la chiave di volta d’ ogni rilievo, qualsiasi sia il fenomeno in esame, viene sempre ad essere identificabile in quella coppia magica di termini che lo rende effettivamente tale, di diritto appunto; parliamo dunque della Riserva di Legge e dei suoi limiti, e della Gerarchia delle Fonti Normative e della sua ineffabilità.
Non sfuggirà a chi voglia interessarsi al ruolo che la morale svolge in questo campo l’ ostinazione con la quale essa si ripresenta in spoglie sempre più pericolose anche quando un fenomeno si voglia trattare inquadrandolo solo giuridicamente, ovvero secondo le norme che lo regolano, e di conseguenza secondo il rango delle fonti che lo interessano, e, qui in secondo piano, secondo la cogenza di quella Riserva di legge di cui si è detto.
A dimostrarlo ci aiuterà la storia ed un po’ di analisi comparata del fenomeno.
Per quanto superfluo, e si perdonerà il cenno, ricorderemo che non può parlarsi di Stato di diritto in mancanza di una carta fondamentale dei diritti, parimenti sarà inutile riferirsi ad una fonte di tal fatta senza segnarla di un rango di prevalenza rispetto a tutte le altre norme.
Per come abbiamo fin qui descritto spaventevolmente la morale,  ed il suo ruolo, non ci sarà da meravigliarsi se, come faremo, annunceremo che la morale, laddove veste i panni della consuetudine, abbia sempre cercato di accaparrarsi un ruolo preminente nella rigida gerarchia delle fonti negli ordinamenti degli stati moderni.
E’ lecito allarmarsi, e si  spera non siano necessari esempi, quando una morale che si fa diritto prende ad essere dominante ed a mettere fuori legge tutte le altre eventuali. Ed ancor più sarà lecito allarmarsi quando una morale, per quel connotato di diffuso e probo sentir comune di cui sempre s’ammanta, riesca per alterne vicende storiche e politiche a farsi strada nella gerarchia delle fonti fino a divenirne quella principale.
Di esempi ne possono esser portati diversi, ma tra tutti spicca uno davvero impressionante. Giacché può ammettersi non particolarmente allarmante una dicitura che veda nella fonte normativa principale tale sano sentimento del popolo. Ma, non si potrà negare che una certa perplessità si farà spazio se, traducendo quella dicitura in tedesco, ed ottenendone tale Gesundes Volksempfinden, individuassimo la parola chiave dello scardinamento della gerarchia normativa dell’ ordinamento tedesco che, storia alla mano, si deve a quell’ integralista della morale che fu Adolf Hitler.
O logos deloi oti, direi, il fatto dimostra che
Ecco, la morale del post, ci stavo cascando!




permalink | inviato da il 6/9/2006 alle 16:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
Simmetrie
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 4 settembre 2006

No, non mentirò: non è vero che sono stato affascinato dal dibattito sull' islamo-fascismo, poi degenerato a gioco enigmistico del scopri le differenze tra Cristianesimo ed Islam. Ne ho letto svogliatamente, e solo poche righe m' hanno scosso dal medio torpore che questa materia mi procura. Tuttavia, volendo specularci su, ho concluso, capirai la scoperta!, che ogni differenza tra le due religioni di cui sopra debba rendersi allo stretto discrimine tra peccato e reato.
Servirà poco a chiarire l' esempio che segue, ma dice bene come la penso su queste cose.
Prendiamo la truffa ad esempio, è certamente un reato, del resto la disciplina relativa se ne sta chiatta chiatta all' art. 640 del codice penale. E fin qui, tutto chiaro. I problemi sorgono, però, quando ci si chiede se la truffa sia anche un peccato, ad esempio per la religione cattolica.
Dunque, Chiunque con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sè o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno è punito... 
Ecco, non è facile stabilire se la truffa è un peccato, quel che mi pare più chiaro, piuttosto, è che certamente il peccato è una truffa. 

  




permalink | inviato da il 4/9/2006 alle 17:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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