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Limbo e redenzione. Amnistia atipica.
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 7 ottobre 2006



 Retroattività salvifica


Ultime considerazioni sull’ abolizione del Limbo. Se n’è parlato un po’ dappertutto, in modo dotto ed interessante, ma anche no. Qui si è puntato su di una chiave di lettura ironica, e su due registri diversi. Per archiviare l’ argomento con soddisfazione però mi piacerebbe - e godendo di un blog lo faccio – rilevare qualche altra cosuccia. 

S’ è posta come condizione di ammissibilità per ogni congettura il dato che l’ esistenza stessa del Limbo non è che un’ ipotesi teologica; lo diceva Benedetto XVI quando era Prefetto della congrezione per la Dottrina della fede, e dobbiamo prendercela per buona: non c’è Pia catechesi che tenga. 
Qui s’è detto di questa operazione definendola come una strepitosa operazione di marketing. Ebbene, confermo, ma c’è di più.

La legge dell’ uomo, laddove s’è codificata secondo principi e gerarchie ordinate di fonti, ammette la propria incidenza applicativa - i suoi effetti - solo su quanto accade posteriormente alla sua emanazione. In contrasto a questo principio s’ammette però la possibiltà che un atto di legge possa influire su situazioni anteriori. Sono, ad esempio, le sanatorie, i condoni, gli indulti, le amnistie. 
La legge cattolica - e qui non la confonderemo con il diritto canonico -, nella sua fonte percettivamente  principale,  rispecchia l’ impostazione del secondo dei modelli sopra descritti. Essa, infatti, è sanatrice: Gesù, è sceso in terra, e ha redento il mondo. Un’ amnistia.
Non un condono, attenzione, perché la redenzione cristiana ha cancellato i peccati, non solo le pene. Anzi, esagerando, trattasi di amnistia atipica: in forza della quale si sono cancellati i peccati e confermate le penitenze.

L' abolizione del Limbo, ovvero il luogo d’espiazione d’ una particolare pena, è dunque anch’ essa un’ amnistia. Questa volta, però, il fenomeno avviene secondo il modello della legge dell’ uomo: i suoi effetti ricadono nel futuro. 
C’ è una costante: ogni volta che una norma, quale che sia il suo campo d’ applicazione, è retroattiva, allora essa è eccezionale, straordinaria..Ed in tutti i casi è un ottimo argomento di propaganda. 


 





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Limbo. Mastella è fritto.
post pubblicato in Dardi di Nardi, il 7 ottobre 2006



Se aboliscono il Limbo, Mastella è fritto. Questa volta deve scegliere per sempre.

da il Riformista






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Limbo. Formidabile strategia di marketing.
post pubblicato in Diario, il 6 ottobre 2006


Cucù, il Limbo non c'è più.

 

Sembra che la Commissione Teologica Internazionale, riunita in questi giorni in Vaticano, stia per sciogliere la riserva su una decisione di un certo effetto mediatico, e della quale, in verità si parla già da parecchi mesi: l’ abolizione del Limbo.
Dichiarare inesistente il Limbo significherà in pratica modificare l’ estensione dell’ orizzonte su cui finora è rimasto affacciato il mondo cattolico,  ovvero quello che, al limitar della vita, si schiude sulle possibili, temute e sperate, destinazioni dell’anima.  Tra queste, dunque, non si annovererà più il Limbo, cioè il luogo dove, finora, sono finite le anime di chi è morto prima di ricevere il battesimo, raggiungendo così tutti coloro che, morti prima della nascita di Cristo non hanno potuto, usando un termine biblico, riconoscerlo. Questo dunque è il preciso censimento ideale degli occupanti di quel luogo dello spazio, del tempo, o di chissà quale altra dimensione, che fino ad oggi si è detto Limbo. Per suggestione di completezza, si potrà dire, però, che Dante a tale precisione derogò per gli esempi che volle elencargli la sua guida, allorquando, giunto con essa nel Limbo ebbe a chiedergli se, di quelli che si trovavano in quel luogo, alcuno mai se la fosse cavata, andandosene: “uscicci mai alcuno, o per suo merto/ o per altrui, che fossi poi beato”? E’ evidente che già la rigida struttura Dantesca dell’ aldilà era suscettibile d’ eccezioni, e, chissà, forse anche malleabile alle future mutazioni.

Innazitutto, prima di chiedersi perché mai la Chiesa si ponga il problema dell’ esistenza del Limbo, è opportuno cavillare sul titolo che generalmente è dato alla questione di cui parliamo; giacché, ovemai i rumors fossero confermati, non si tratterebbe certo di abolizione in senso stretto, ma, più puntualmente, di una dichiarazione di inesistenza. Sarebbe infatti oltremodo singolare riferire ad un' abolizione, quasi che il Limbo, finora esistente e gremito di anime, si sciogliesse in forza di un decreto, emanato in virtù di chissà quale celeste autorità.
Intanto, sui motivi che avrebbero ispirato la Commissione Teologica Internazionale, essendo ovviamente  non pubblici, si possono imbastire diverse supposizioni. 

Nel formidabile romanzo di Jose Saramago, Il Vangelo secondo Gesù Cristo, si descrive una scena molto suggestiva e che può essere d’ ispirazione per le nostre congetture. Gesù, laddove ha da poco preso coscienza della sua vera essenza, incontra Dio, e questi gli spiega la sua funzione nel Disegno, ovvero quella di testimonial di una grande operazione di comunicazione, in forza della quale si sarebbe dovuta accrescere la popolarità di Dio tra gli uomini, fino a rendere il gregge di quelli che poi sarebbero stati i cristiani il più numeroso della terra;  più numeroso di tutti quelli che si sarebbero mai potuti riunire intorno ad un altro Dio.
L’ intento di Saramago era certamente provocatorio, ed è forse possibile estendere quel modello di provocazione all’ attuale idea di “abolire” il Limbo.

Come potrebbe negarsi, difatti, che aprire le porte della beatitudine a tutte le anime sospese nel Limbo accrescerebbe il numero, in sé astratto ma significativo, degli spiriti terreni che si sono congiunti con quello Celeste?

Abolire il Limbo, così, sarebbe una fenomenale operazione di marketing politico. Di quelle che, magari, si approntano nei momenti di difficoltà. Fenomeni già noti tra gli uomini: forse che, sotto congresso, non si è mai visto fare la tessera a qualche morto?





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Con i "se" e con i "ma" non si fanno i partiti unici.
post pubblicato in Dardi di Nardi, il 6 ottobre 2006



Il paradosso è che, se non ci fosse stata l' Unione Europea, oggi avremmo già un grande Partito Democratico con una spiccatissima vocazione europeista.

da il Riformista






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Paradossi - C'è bisogno di terzismo rosapugnante.
post pubblicato in Diario, il 5 ottobre 2006



Dopo aver fatto orecchie da mercante per diversi mesi, è giunto il momento di dire qualcosa su La Rosa nel Pugno. Chi scrive incarna il terzismo rosapugnante, ovvero la posizione di colui che nulla vuole avere a che fare con la militanza socialista in quanto tale, ed uguale atteggiamento assume nei confronti della militanza radicale in quanto tale. Terzismo rosapugnante, se vi piace, può dirsi  quella particolare, ed io credo anche ovvia,  posizione di chi può votare e sostenere – anche con impegno diretto – la  Rosa nel Pugno solo ed esclusivamente se la Rosa nel Pugno c’è. E l’ esistenza di un movimento, un aggregazione, o chissà cos’ altro, non ha nulla a che vedere, si converrà, con la semplice individuazione di un simbolo comune ma stiracchiato su percorsi diversi. Volendo ulteriormente banalizzare dirò che il terzismo rosapugnante è quello di chi considera necessario rendere la Rosa nel Pugno un partito strutturato ed organizzato, ovvero qualcosa di diverso da un mero movimento di idee, e che al contempo non soffre minimamente il supposto protagonismo di Pannella, anzi. 

Allo stato dell’ arte, il terzista così definito nutre un certo scoramento laddove sul Riformista, con occhio estraneo ad entrambe le iniziative, deve leggere della convocazione della prima assemblea nazionale dell’ Associazione per la Rosa nel Pugno voluta da Lanfranco Turci a pagina sei, nel cui programma dei lavori si prevede anche un intervento di Marco Pannella,  

 

e poi deve imbattersi a pagina due dello stesso giornale in un appello siglato Rosa nel Pugno, mediante la firma di Marco Pannella, che polemizza con l’ assemblea nazionale dell’ Associazione per La Rosa nel Pugno di cui abbiamo detto sopra.     

 

Personalmente, pur  aborrendo la generale accezione del terzismo, non posso rilevare da un punto di vista terzo che i fondatori della Rosa nel Pugno hanno preso la strada sbagliata. Non credo, infatti, che l’ approdo alla sintesi possa mai avvenire attraverso striscioni incrociati pubblicati sui giornali.

L’ anomalia dell’ aggregazione delle componenti della Rosa nel Pugno è stata costituita, fin dall’ inizio di quest’ esperienza, da una spiccata difficoltà di metodo, piuttosto che di merito. Questo è noto. Quello che non era noto, né prevedibile, è che si potesse arrivvare a dover assumere, per la residuale volontà di credere nella Cosa/Rosa, posizioni terziste. Clonando quelle stomachevoli  equivicinanze tipiche di tutt’ altri ambienti. Eppure qui di un po’ di terzismo c’è bisogno.
Terzismo che, nel caso della Rosa nel Pugno, vale a rappresentare il luogo dei  punti equidistanti da tutti quegli altri che, così come sono, possono tranquillamente dirsi Nulla.

 




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Affinità elettive
post pubblicato in Dardi di Nardi, il 5 ottobre 2006



Combinando la dialettica berlusconiana con le opinioni di Mastella, potremmo dire che Di Pietro sta rompendo gli elettori di centrosinistra.
 





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Vilipendio. V' indigna il Rap di Prodi?
post pubblicato in Recht und Unrecht, il 4 ottobre 2006



Il codice penale del 1930, ovvero quello vigente, ha previsto una molteplicità di fattispecie che contemplano condotte incriminatrici qualificate espressamente di vilipendio. Tuttavia la definizione del vilipendio non compare in alcuna norma, e dunque ad essa si perviene mediante l’opportuna combinazione di giurisprudenza e dottrina. Molto lietamente rileviamo, dunque, che la situazione descritta apre un varco a chiunque voglia cimentarsi con la definizione di questo mostro giuridico.
 
Qui, si sarà intuito, si crede poco nella sostanza giuridica del vilipendio; al limite se ne riconosce l’opportunità normativa, in particolari contesti ordinamentali, ove la definizione del vilipendio si rende strumento idoneo al perseguimento di diversi scopi normativi. Interessante sarebbe, a questo punto, scoprire quali sarebbero questi diversi scopi normativi che rendono irrinunciabile la definizione puntuale di questo fenomeno. Agevole sarebbe, per evidenziare come facilmente vacilla la generica definizione che è normalmente data del vilipendio, fare riferimento alle disposizioni del codice che tutelano il sentimento religioso. Tuttavia, interessa molto più, in questo caso, individuare la sostanza intima del vilipendio, laddove a quello si rimanda in materia di offesa alle istituzioni e alla personalità dello Stato.

Per aiutarsi con un caso concreto, ci si può chiedere, dunque, se la canzoncina rap montata sul recente intervento di Prodi alla Camera sul caso Telecom, poi trasmessa dal Tg2, rappresenti realmente, in sé, vilipendio dell’istituzione che il Presidente del Consiglio dei ministri incarna. Il principio costituzionale con il quale la definizione del vilipendio deve fare i conti è presto identificato. Tale definizione, infatti, incontra, nell’articolo 21 della Costituzione, un limite insormontabile, ovvero: la libertà di espressione. Tale principio dovrà qui mischiare il suo sangue con quello di altro principio, che predica la necessaria tutela del prestigio delle massime istituzioni dello Stato.

Come si vede è una questione di priorità, e nel silenzio della legge al riguardo, diventa anche una questione di sensibilità politica. Un centrosinistra, che predica da anni la riforma di un codice penale segnato nell’intimo dal ventennio fascista, certe questioni di priorità dovrebbe porsele, anche e soprattutto quando si erge nella contestazione di atti che non vanno oltre la normale folcloristica manifestazione, magari inelegante, del pensiero.

da il Riformista 






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Piango Riccardo Pazzaglia
post pubblicato in Diario, il 4 ottobre 2006












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Relativistic Nobel Prize 2006
post pubblicato in Diario, il 3 ottobre 2006



Ultimamente,  ed immagino non vi sia sfuggito, Benedetto XVI ha insistito molto sulla deriva laicista della scienza. Questa, infatti, secondo il Pontefice, fin dall' illuminismo tenderebbe a dare spiegazioni dell' universo che rendano Dio inutile. Già che il disegno salvifico debba avere in sé un che di utile - e a chi? - mi mette a disagio, ma lasciamo andare.
Intanto, l' Accademia di Stoccolma, per i loro studi sulla nascita dell' universo, ha insignito del premio Nobel per la Fisica John Mather e George Smoot. Due pericolosi relativisti,
ça va sans dir.





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Chi va con lo zoppo, va piano piano.
post pubblicato in Diario, il 3 ottobre 2006


Dal vangelo secondo Quentin Tarantino

 

Una mia attenta ed omonima lettrice mi fa notare, nei commenti al post sotto - laddove biasimo Capezzone per le sue singolari compagnie - che mai si dovrebbero giudicare le persone per le loro frequentazioni. Ed argomenta: Giuda aveva frequentazioni irreprensibili.
Ecco, quel commento mi dà spunto per una riflessione fuori traccia.
Almeno, stando alla storia, Giuda tradì per denaro. La Chiesa ha scelto, invece, di fondarsi sul pentimento di un altro traditore. Del resto, era necessario. Diversamente, oggi, i cattolici si sarebbero  trovati ad adorare, per mezzo del Crocifisso, anche un impiccato. Decisamente troppo pulp. Per qualsiasi editore.  





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