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Morale, mi fai male.

Si ricorderà, forse sì o forse no, che qui s’è parlato qualche tempo fa della questione morale, o, più precisamente, di quello sciagurato e diffuso modo d’ intendere la responsabilità secondo morale piuttosto che secondo diritto.
Parallelamente s’ebbe anche l’ occasione d’ intrattenersi piacevolmente intorno all’ esistenza di una differenza sostanziale tra etica e morale.  Puristi a profusione, intervenendo a volte anche fuori contesto, dissero, e diranno, che tale distinzione non esiste perché anche etimologicamente…, etc., etc…
Agli stessi, allo scopo di sedarne le smanie filologico-reazionarie, daremo lo stesso credito che può darsi a chi non si mostri disponibile a distinguere tra desiderio e concupiscenza, nonostante i due termini anche etimologicamente…, etc., etc…
Bene, se si ricorderà tutto ciò, e poste queste necessarie premesse, possiamo ora occuparci della stessa materia approcciando da diverse notazioni.
Nello Stato di diritto, nel cui contesto si spera la materia sia inquadrata, la chiave di volta d’ ogni rilievo, qualsiasi sia il fenomeno in esame, viene sempre ad essere identificabile in quella coppia magica di termini che lo rende effettivamente tale, di diritto appunto; parliamo dunque della Riserva di Legge e dei suoi limiti, e della Gerarchia delle Fonti Normative e della sua ineffabilità.
Non sfuggirà a chi voglia interessarsi al ruolo che la morale svolge in questo campo l’ ostinazione con la quale essa si ripresenta in spoglie sempre più pericolose anche quando un fenomeno si voglia trattare inquadrandolo solo giuridicamente, ovvero secondo le norme che lo regolano, e di conseguenza secondo il rango delle fonti che lo interessano, e, qui in secondo piano, secondo la cogenza di quella Riserva di legge di cui si è detto.
A dimostrarlo ci aiuterà la storia ed un po’ di analisi comparata del fenomeno.
Per quanto superfluo, e si perdonerà il cenno, ricorderemo che non può parlarsi di Stato di diritto in mancanza di una carta fondamentale dei diritti, parimenti sarà inutile riferirsi ad una fonte di tal fatta senza segnarla di un rango di prevalenza rispetto a tutte le altre norme.
Per come abbiamo fin qui descritto spaventevolmente la morale,  ed il suo ruolo, non ci sarà da meravigliarsi se, come faremo, annunceremo che la morale, laddove veste i panni della consuetudine, abbia sempre cercato di accaparrarsi un ruolo preminente nella rigida gerarchia delle fonti negli ordinamenti degli stati moderni.
E’ lecito allarmarsi, e si  spera non siano necessari esempi, quando una morale che si fa diritto prende ad essere dominante ed a mettere fuori legge tutte le altre eventuali. Ed ancor più sarà lecito allarmarsi quando una morale, per quel connotato di diffuso e probo sentir comune di cui sempre s’ammanta, riesca per alterne vicende storiche e politiche a farsi strada nella gerarchia delle fonti fino a divenirne quella principale.
Di esempi ne possono esser portati diversi, ma tra tutti spicca uno davvero impressionante. Giacché può ammettersi non particolarmente allarmante una dicitura che veda nella fonte normativa principale tale sano sentimento del popolo. Ma, non si potrà negare che una certa perplessità si farà spazio se, traducendo quella dicitura in tedesco, ed ottenendone tale Gesundes Volksempfinden, individuassimo la parola chiave dello scardinamento della gerarchia normativa dell’ ordinamento tedesco che, storia alla mano, si deve a quell’ integralista della morale che fu Adolf Hitler.
O logos deloi oti, direi, il fatto dimostra che
Ecco, la morale del post, ci stavo cascando!

Pubblicato il 6/9/2006 alle 16.12 nella rubrica Recht und Unrecht.

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