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La stella che non c'è

C’è solo una cosa che può rovinare una storia più una di coincidenza: il fatto che questa si ripeta. A Shangai, tra miliardi di cinesi, un italiano addetto alla manutenzione di un altoforno, appena arrivato in Cina, incontra una ragazza già conosciuta in Italia. Poi se ne separa, ed ancora, come se la ragione dovesse cedere a tutto, la reincontra. Non è verosimile, e non va bene che sia inverosimile la chiave di volta di una trama neorealistica: quella d’ un uomo che parte per la Cina per assolvere ad un obbligo di buon senso.
La Cina è il protagonista del film: dai panorami ricercatamente bucolici, alle fitte trame urbane, dal degrado fino all' ostentata crescita industriale, dalla solidarietà come cifra culturale alla negazione dei diritti fondamentali.
Lunghe scene mute mitigate solo dall’ uso abbondante della macchina mobile. I panorami piegano intorno ad una trama schiacciata dalle atmosfere documentaristiche. Non è detto che un buon film non possa essere tale senza un finale soddisfacente, ma qui sarebbe stato proprio necessario: lo spettatore lo attende fiducioso per assolvere il film di buona parte del resto, ma in questo film il finale è proprio la stella che non c’è. Non è dunque colpa solo del caso beffardo se è andato ad un film cinese il Leone d’oro italiano,  piuttosto che, come qualcuno s' aspettava, ad un film italiano che ha voluto parlare cinese.  



Pubblicato il 10/9/2006 alle 22.57 nella rubrica Cinema.

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