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Quis custodiet ipsos custodes?


Caro Barnaba, il motto di Giovenale è ora molto noto, a proposito di chi cade nelle stesse mancanze che istituzionalmente dovrebbe impedire agli altri, o per esprimere ironica sfiducia nei confronti di capi e governanti.

La bagarre spionistica che avvolge l’Italia è come l’elettrone di Rutherford, una nuvola d’indizi che nuvolano e che non sono mai là dove credi che siano. Si fanno nomi, si architettano scenari i più disparati e destra e manca si ritrovano contemporaneamente allo stesso posto da cui erano partiti a spalle opposte.
Il dubbio assale la certezza ed il sospetto la fa da grande. Ognuno si guarda circospetto, sbircia con aria indifferente l’avventore che come lui sorbisce ‘na tazzulella ‘e cafè al bar; i telefonini sono in crisi, l’etere è silente, se si vede tal altro prendere appunti in un taccuino, si teme di riflesso che lo si stia spiando per conto di Caio che è suo carissimo nemico. Tutti spiano tutti: io spio, tu spii, egli spia, noi spiamo voi spiate, essi spiano.
Qualcuno parla di falso bersaglio (di polverone) per distogliere l’attenzione dalle salmerie dell’Unione che attraversano il guado della Finanziaria con gran fatica.
Ma per non perdere il filo: come difendersi dalle insidie di chi dovrebbe custodire l’onestà delle mogli messe sotto tutela? “Metti un catenaccio! Impediscile di uscire!”.

Ma chi custodirà poi i custodi? È Giovenale, Satire, VI, 346-8. Descrive anche l’insaziabile luxuria di Messalina, prima moglie dell’imperatore Claudio. Immoralità e vizi di donne e uomini , fastose dimore di ricchi dediti alle luxurie che Minosse giudica nel secondo cerchio dantesco.
Non gli è da meno Montesquieu: «Il en est de la luxure comme de l’avarice : elle augmente sa soif par l’acquisition des trésors». “La lussuria è come l’avarizia : aumenta la propria sete con l’acquisizione dei tesori”. (“De l’esprit des lois”).
Roma docet, siamo tornati ai tempi dissoluti di Adriano (l’imperatore aveva per amante il bellissimo Antinoo). Roma è ricettacolo di prostitute, lenoni, cacciatori d’eredità, parassiti, omosessuali, attori e mimi.
A quel tempo erano le ambascerie a venir intercettate, perciò poi il detto: “Ambasciator non porta pene”. Forse lo lasciava a casa prima d’ambasciare.

Celestino Ferraro


Caro Celestino, c’è una “Grande Magia” eduardiana che vuole pochi eletti dotati di un terzo occhio. In quella magia l’ iperbole percettiva si concreta in nuova dimensione che concede d’avvedersi dell’ insolito. Un terzo occhio, ché tutti ne hanno solo due, ed alcuni neanche quelli, anche se non si dicono ciechi. Tu dici molto bene, Celestino. Ed io apprezzo  molto quanto hai scritto. Ma non posso che rilevare la necessarietà di un “terzo occhio”. Un occhio che ci conceda di guardare alle nostre spalle. Peras imposuit Iuppiter nobis duas: ecco, non siamo gobbi per i difetti degli altri che ci pendono dal petto ed abbiamo sempre sotto gli occhi;  siamo piuttosto piegati  dal gibbo dei nostri difetti. Con un terzo occhio potremmo avvedercene, magari anche distinguere. Spiare le mancanze degli altri, a volte, ci torna utile per espiare le nostre. Ci vuole un terzo occhio, Celesti’. T’ abbraccio.
 

 

Pubblicato il 29/10/2006 alle 16.4 nella rubrica Caro Barnaba.

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