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Pena di morte.


Felice l' umanità, se per la prima
volta le si dettassero leggi...


Il nostro Celestino, in questa lettera, ci dà occasione di chiosare sul tema della pena di morte. Qui si è fermamente contrari a questa pratica, ed argomentare questa posizione è reso quanto mai facile proprio a partire dagli spunti forniti dalla lettera di Celestino. 

Il Nostro, sostenendo la sua tesi, riferisce di “infiniti cavilli giuridici, di cui gode il processo liberal-democratico in uso nei nostri Tribunali”. Ecco, non ho difficoltà ad ammettere che effettivamente infiniti siano i cavilli giuridici di cui si compone il nostro ordinamento. Eppure, non posso non rilevare, e ricordare a Celestino, che quegli infiniti cavilli sono niente altro che la proiezione normativa di quanto noi siamo, e più precesamente, di quanto noi siamo divenuti nel tempo. Se il combinato disposto delle matrici di quei cavilli determina il ripudio della pena di morte, questo io l’ ammetto non solo in sim-patia, ma anche e soprattutto per il potere rappresentativo che la legge ha della comunità su cui insiste. La legge, in definitiva, è la suprema forma di autodeterminazione dei popoli. Proprio insistendo su questo “principio di legalità” Sartori, pochi giorni fa, giungeva a giustificare la condanna di Saddam. Lo faceva però contestualizzando la pena inflitta negli umori e le regole che intendono determinarla. Celestino, invece, riferisce agli arzigogoli del pensiero liberal-democratico, decontestualizza dunque, e la sua tesi - decontestualizzata - non regge. 

Nella lettera linkata, poi, Celestino, si chiede se dall’ abolizione della pena di morte la nostra civiltà abbia tratto vantaggio in qualche modo. Asserisce di no: Non so se questa cultura giuridica della quale meniamo vanto, abbia cambiato in meglio la nostra società; quando la pena di morte era vigente e il Beccaria si fece profeta della nuova cultura forse la società dell’epoca non era migliore di questa nostra più consona ai nostri generosi modi d’intenderla. 
Io sono piuttosto convinto del contrario. Potrei provare a dimostrarlo, ma difficilmente riucirei a trovare parole più convincenti di quelle che usò lo stesso Beccaria, ché da quasi duecento anni nessuno ci è riuscito:

“Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l'aggregato delle particolari
.[…]

Perché una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi d'intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora non vi è alcuno che, riflettendovi, scieglier possa la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto avvantaggioso possa essere un delitto: dunque l' intensione della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato”.


 


Pubblicato il 9/11/2006 alle 16.29 nella rubrica Recht und Unrecht.

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