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Non fatemi mai la carità, specie quella cristiana.



C’è un certo numero di persone che in queste ore è impegnata in uno sciopero della fame per sostenere la causa di Piergiorgio Welby. L’ unico che non può partecipare a questa forma di manifestazione è Welby stesso. Questi infatti, se fosse interrotta la somministrazione passiva di nutrimento cui è sottoposto, morirebbe probabilmente tra assurde sofferenze. Sofferenze che Welby, già sufficientemente provato dal suo male, credo voglia proprio risparmiarsi. Tuttavia non credo sia preclusa a Piergiorgio Welby la facoltà di aderire ad una forma di protesta che preveda l’ astensione dal nutrimento. Gli è consentito perché questa protesta consisterebbe in un’ intensa mortificazione del corpo e non un mezzo univocamente diretto a togliersi la vita. Sofferenza che in certo modo di vedere, a quanto pare diffuso, sarebbe ottimo viatico per l’ espiazione di certe cattive idee e di certe  peggiori intenzioni. Se quindi Welby perseverasse nel digiuno, si tratterebbe di suicidio, e non di eutanasia. Soffrirebbe quanto basta al nostro mirabile ordinamento giuridico, e Luca Volonté non avrebbe da ridire. Welby rivendica un diritto, non chiede la carità. Del resto è proprio la carità cristiana che gli ordina il calvario.

 

Pubblicato il 5/12/2006 alle 0.48 nella rubrica Diario.

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