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Granitudine



Correvo in un fazzoletto di terra coltivato a granturco. E’ la stagione in cui passano rombando quelle grosse fiere meccaniche. Come quel cane di Jack London vedeva nei tram enormi linci stridenti, così io, da piccolo, vedevo le trebbiatrici di fronte casa; in quello stesso fazzoletto di terra. In ospedale, poi, un uomo lungo e rifinito, con il braccio spappolato da uno di quegli ingranaggi. Eppure con un viso buono, sereno, come chi della trebbiatura è sempre grato; comunque vada. In quella stagione del granturco non restano che gialli spuntoni alti una trentina di centimetri da terra. Resistono i solchi dell’irrigazione tra una fila e l'altra, solo che ora sono dune polverose, e quei moncherini fanno lunghissimi elenchi di totem. Tutti uguali, come le lapidi del cimitero polacco. Quel fazzoletto di terra era, ed è ancora, tra due strade minute: una era quella in cui vivevo, la casa vecchia, e sull’altra il cantiere della casa nuova. Al di là dei moncherini, pile di mattoni e sabbia, e le bestemmie dei carpentieri. E mio padre. Corro attraversando il campo, inconsapevole del rischio: come correre tra colli di bottiglie, e chissà che tra cantiere e campagna non ce ne fossero anche. Le mani nei capelli: non cadere, non cadere. Ho da trebbiare, chissà poi, anche esserne grato. Comunque vada. 

 

Pubblicato il 21/12/2006 alle 0.31 nella rubrica Diario.

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